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La storia siamo noi - 1° parte

Scrivere la storia, anche di un piccolo paese come il nostro, significa trascorrere giornate nei vari archivi (statali, diocesani, comunali, etc.), alla scoperta d’antichi documenti e poter disporre di un ampio aiuto bibliografico. La storia, infatti, può anche essere supportata dai forse, ma solamente per un narrato del quale non esistono specifici riferimenti documentari altrimenti, si deve necessariamente svolgere un’accurata e meticolosa ricerca.

L'intento di chi scrive, al momento, è di dare notizie, storicamente provate, di vicende che si sono susseguite, senza entrare in dettagli storici più ampi ed approfonditi, cercando comunque di fornire un quadro del paese (Pinasca e Dubbione), la cui storia inizia agli albori dell'anno mille.

Invito quindi il lettore, se vuole meglio comprendere quanto descritto, a chiudere gli occhi e far volare la fantasia, immaginando come poteva essere il territorio nel medioevo, periodo in cui i documenti iniziano a parlare della valle denominata Dubbiasca (da cui Dubbione prende il nome),

poi Val Pinariasca, poi ancora Valle di Perosa, ed infine Val Chisone.

Impenetrabili foreste, ampi corsi d'acqua, paludi, pochissime terre coltivate, ai bordi delle quali sorgevano casupole coloniche, essenzialmente costruite con legno e paglia, cinte da steccati a difesa delle persone e del bestiame dagli attacchi di lupi ed orsi. La maggiore concentrazione di case, fatte anch'esse di legno e paglia, doveva trovarsi a ridosso della chiesa di Pinasca; probabilmente il Dubbione, nell'alto medio evo, non esisteva ancora anche se la Val Chisone era già abitata, se pur scarsamente; si fa menzione di una colonica in valle Dubbiasca infra fines Langobardorum nel testamento di Abbone, datato 5 maggio 739.

Tra il IX e il X secolo la nostra terra vide il passaggio di predoni ungari e saraceni dei quali non si ha specifica documentazione. Il prof. Patrucco si limita a fornire scarsi indizi tratti da leggende di San Germano e Perosa e rimangono, come testimoni, alcuni toponimi ancora oggi esistenti (Lazarà, fontana del Moro, il Beth, Punta Sarasina, etc.).

Con la ricostruzione del monastero di Santa Maria di Cavour (1037), voluta dal vescovo di Torino Landolfo, inizia la bonifica dei terreni incolti per merito dei monaci benedettini; questi, infatti, possedevano le terre situate nella valle Pinariasca ed il fatto che la valle, in tutta la sua lunghezza, comprendesse una sola pievania (chiesa) “plebem in valle Pinariasca”, di fronte ad una vasta rete di circoscrizioni ecclesiastiche già presenti nella vicina valle di Susa, ci fa presumere una presenza umana alquanto limitata.

Un documento più antico, datato 981, relativo alla conferma di benefici concessi dall'imperatore Ottone III a favore del vescovo di Torino Amizone, viene considerato dallo storico Parisi apocrifo, e risalente al tempo del vescovo Carlo, attorno al 1150.

Nel 1064 viene fondato il monastero di Santa Maria di Borgo San Verano (Abbadia Alpina), per volontà della contessa Adelaide, a cui dona anche, tra l'altro, una parte della bassa Val Chisone, togliendola di fatto alla giurisdizione del vescovo di Torino ed ai monaci di Cavour.

“Anno Domini nostri Iesu Cristi 1064, octava die mensis septembris (8 settembre), indictione secunda. Bonum et utile est, ut homo ante migrationis suae de hoc seculo et de futuro, antequam ei veniat mors suae bonae voluntatis inde tractare, ut possit fugere laequos aeternae mortis, et ad gaudium celestis regni possit post hunc transitum pervenire (è bene che prima di lasciare il secolo, prima di morire quindi, una persona pensi alla sua anima per poter gioire del premio eterno). Con queste parole inizia l'atto di fondazione di Santa Maria di Borgo San Verano, e prosegue “Pro anima mea (della contessa Adelaide) ac anima D. Manfredi marchionis (suo padre) et Adaldrici episcopo (suo zio vescovo) et Berta (sua madre) et anima D. Oddonis marchionis (suo defunto terzo marito) et de fillis mei (suoi figli) ”, dona “Casis (case), capellis (cappelle), vineis (vigneti), campis, pratis, molendinis (mulini), et omnium sui pertinentiis in iam dicto territorio de Pinerolio...” nonché “medietatem (la metà) de Portis, Turrua (Turina) et Malasorte (Malanaggio) et Villare (Villar Perosa) et Villareto (Dubbione?), Pinoascha (Pinasca) ”: lo scritto prosegue con la donazione di Perosa, Pramollo, Prarostino, Valle di San Martino (Val Germanasca). L'atto fu redatto a Torino, nel castello di Porta Susa, dal notaio Adamo. Questo documento, a differenza di quelli relativi a Santa Maria di Cavour, indica con precisione i villaggi della valle, senza più nominare la Val Pinariasca.

Con altre donazioni, effettuate tra il 23 luglio 1075 ed il 26 ottobre 1078, la contessa Adelaide completa la totale cessione dei paesi della valle, prima donati solamente a metà.

Sono trascorsi solamente trent'anni dal documento di fondazione del monastero di Cavour e già compaiono i nomi dei paesi della valle. Questo sta a significare che le prime opere di bonifica, condotte dai monaci, avevano dato i loro frutti ed il territorio era diventato più popoloso.

Su queste terre, inizialmente , gli abati ebbero solamente la sovranità temporale cui seguì anche quella religiosa (1074), tolta da papa Gregorio VII al vescovo di Torino che si era opposto, l'anno prima, alla sua elezione a pontefice. L'abbazia divenne pertanto “Nullius Diocesis” (senza diocesi) sotto l'egida della Santa Sede.

Anche se questi atti (di fondazione e successivi) elencano dettagliatamente località e privilegi, gli introiti delle decime dovevano essere ben poca cosa, anzi, del tutto trascurabili. Ne è testimonianza il fatto che nel 1072, l'abate Marino cedeva metà delle decime di Pinasca, Villar (Dubbione?) e Malanaggio per ottenere, in prestito, un cavallo sei volte l'anno per compiere viaggi.

Le cose cambiano nel secolo successivo: a Pinasca i terreni vengono ulteriormente bonificati, si impiantano viti ed alberi da frutta, si costruiscono mulini, aumentano gli allevamenti ed il tenore di vita degli abitanti migliora e, per chi beneficiava delle rendite, il territorio era diventato alquanto appetibile. Il pievano (parroco) Guigo, titolare della pieve di Pinasca, dovette sborsare cento solidi buoni di Susa per trasformare in godimento personale detta pieve; non poco, se si considera che in quel tempo, il valore di una vigna di buone dimensioni, situata nel luogo ove sorgeva la chiesa di San Solutore a Torino, era di 50 solidi segusini.

Nella bolla del vescovo Milone del 31 ottobre 1175, relativa alle decime dei terreni da poco “anroccati”, da poco messi a coltura, si precisano le singole proprietà terriere, soprattutto “In fine de plebe qui dicitur Pinoasca” (nei fini della pieve denominata Pinasca). Il territorio del nostro comune, ed in particolare il Dubbione, in parte pianeggiante e dai pendii assolati, era adatto ai pascoli, ai seminativi, ai vigneti, ai frutteti e ad una molteplicità d’altre colture, anche non strettamente montane, come l'ulivo.

Derio

Ultimo aggiornamento (Giovedì 27 Maggio 2010 14:38)